Antico Palio di San Pietro – Evoluzione e declino Ottocentesco

Secondo il noto storico e agiografo monsignor Francesco Lanzoni, il santo apostolo, titolare della cattedrale, fu invocato dai faentini come patrono della città e vessillifero del Comune fin dai secoli XII-XIII, tanto che le città tributarie, come Imola, pagavano l’omaggio in occasione della festa di S. Pietro il 29 giugno.

La festa civica fondata sul culto del santo patrono era accompagnata spesso da una corsa di cavalli, avente come premio al vincitore il palio, consistente in alcune braccia di tessuto di pregio. Essa era seguita con grande partecipazione e soddisfazione dall’intera comunità, tanto che la festa religiosa e la corsa equestre furono codificate negli Statuti della Città e riproposte nei vari secoli, disciplinando un evento che si ripeteva ogni anno con un preciso rituale civico e simbolico (esposizione del palio, corteo dei maggiorenti e dei consoli delle arti, offerta dei ceri al patrono, iscrizione dei cavalli e dei cavalieri, indicazione dei premi, ecc.).

A differenza della giostra del Niballo, il palio faentino di S. Pietro si snoda con continuità lungo un ampio arco cronologico dal medioevo fino ai primi anni dopo l’Unità d’Italia (1862), anche se la documentazione concernente questa consuetudine risulta spesso frammentaria per le vicissitudini occorse al nostro patrimonio storico-culturale. A cominciare dal XVI secolo, si stabiliscono i Capitoli della Fiera di Faenza che dal 1694 sarà abbinata alla festa di S. Pietro, contribuendo a rafforzare la tradizione e l’identità faentina. La Fiera perciò costituirà fino a metà Ottocento una fonte di attrazione per i forestieri che, oltre alle merci esposte sul mercato, troveranno occasioni di svago nel teatro, nelle partite al gioco del pallone nello sferisterio di Porta Montanara, e da ultimo nelle corse anonime e a volte patetiche dei barberi lungo il Corso da Porta Imolese alla Piazza Maggiore. Purtroppo nessun artista faentino o forestiero ci ha lasciato testimonianza di queste gare che tanto appassionavano le folle popolari, oggi ci restano solo le parole dell’aristocratico G. Pasolini-Zanelli che meriterebbero di essere incise su una targa a ricordo.

                  La povera bestia, guernita di palle di piombo a punte di ferro e di altri arnesi di tortura che dovessero eccitarla ad andare, trafelata, sanguinante, doveva percorrere l’intero Corso, in mezzo ad una folla stipata che la stimolava con urli, fischi e battiture. E tristo al malarrivato ronzino che restava ultimo!

La gente talora, anche con pericolo, gli si stringeva intorno, e fino coi bastoni lo straziava”.

 

Spettacolo barbaro, fortunatamente andato in disuso, al quale assistevano le Autorità e il Legato stesso della Provincia!

 

Giuseppe Dalmonte

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