Matteo Rivola: «Sento il peso della storia senza nessuna nostalgia»

Rivola bassa

«C’è quello che prepari, e io ero pronto per correre la Bigorda, annullata. Poi c’è quello che ti senti, e infine c’è l’imprevisto. Anzi: l’impensabile».

 

Matteo Rivola, primo cavaliere del Rione Rosso, cosa si sentiva?

«Di correre il Palio. Non posso dire che me lo aspettassi perché sono due sensazioni diverse. Però era nell’aria, e quando il Consiglio rionale ha deciso così non potevo deludere nessuno».

 

Peccato per il cavallo, allora.

«Con Bonassola avrei dovuto solo fare esperienza, l’intesa tra noi è molto buona, ma certamente con una preparazione adeguata la cavalla può dare di più».

 

E poi c’è l’imprevisto. Anzi: l’impensabile.

«Quello che è successo ai nostri bersagli e al meccanismo del Niballo nella tornata contro il Rione Giallo non era mai accaduto in 64 anni di giostra. Doveva per forza succedere a me che era la prima volta che correvo un Palio?».

 

È un grande rimpianto?

«Diciamo che tra Rosso e Giallo c’è una rivalità forte. E che chiudere il mio debutto a 5 scudi, più della metà di quelli disponibili, sarebbe stato… carino!».

 

Al Rione Rosso si chiede di essere protagonista del Palio, e così è stato. Però si deve sempre migliorare, no?

«Al Rione Rosso si chiede di scendere in campo per essere primi, quindi non voglio raccontare un terzo posto come un successo. Io sono pignolo e ho rivisto tante volte il mio Palio. Sto lavorando per migliorare, soprattutto a livello monta».

 

Il Niballo 2022 sarà normale?

«Alla cento percento di normalità non ci spero più di tanto. Mi auguro però che ci siano certezze maggiori e non meno di due mesi pieni per preparare la giostra».

 

Come sta la «scuola faentina»?

«Dire che non è più quella di un tempo è diventato banale. Anche perché prima andavamo in giro per l’Italia a insegnare agli altri».

 

Il Rosso pur di non chiamare cavalieri da fuori punta sui più giovani della Città.

«Dobbiamo crescere, ma siamo carichi. Sentiamo il peso della storia rionale e di un’eredità da gestire. Ma è proprio per il bene della scuola faentina che tutti dovrebbero ripartire dai giovani senza nostalgie per altri nomi».

 

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